Progetto in divenire: la mia amica Cinzia ha scritto un racconto in rima per le sue bimbe – per una volta facciamo un’eccezione alla prosa 😉 – e io lo sto (lentamente) illustrando. Qui l’incipit della storia e il ritratto di due dei suoi personaggi: Artistello, un folletto “montanaro” (come la sua autrice) e una marmotta… con fischietto e pagnotta 🙂
Il sole spuntava presto al mattino
su Val Asone piccolo paesino.
Artistello, folletto goloso ed esperto investigatore
era giunto lì per una nuova missione.
Per lui era un lavoro certamente
ma l’idea di poter mangiare pane, biscotti e torte
Chi mi conosce sa che sono un zicchino fissata con l’ordine. E, di conseguenza, affascinata dai processi classificatori – vale a dire i modi in cui decidiamo che una certa cosa appartiene a una categoria o a un’altra: al primo o al secondo cassetto, a questo o quel ripiano della libreria, all’armadio estivo o a quello invernale. In effetti anche l’origine del mio interesse per l’antropologia ha un po’ a che fare con la mia fissa per l’ordine. E con il libro cui fa riferimento il titolo di questo post, Purezza e Pericolo, un saggio dell’antropologa Mary Douglas scritto nel 1966.
Mary Douglas mette in relazione le nostre idee sull’ordine e l’igiene con quelle religiose di purezza e contaminazione. L’idea alla base del libro è che il nostro pensare e agire nel mondo è sempre accompagnato a processi di classificazione e ordinazione. Questo lavoro di ordinazione, però, lascia necessariamente da parte qualcosa: nessun sistema di classificazione è perfetto, produce inevitabilmente degli scarti. Ciò che viene considerato come sporco o impuro è proprio questo fuori posto: quello che non rientra nei nostri schemi classificatori e nel nostro mondo per come lo abbiamo riordinato. Le nostre reazioni di rifiuto e disgusto, quindi, sono in grado di svelarci assunti che solitamente diamo per scontati su ciò che costituisce il nostro pensare alla realtà – le nostre cosmologie quotidiane.
Questa intuizione di Mary Douglas è particolarmente attuale in un periodo come questo in cui l’idea di contaminazione riveste un’importanza inedita nella nostra vita quotidiana: ci aiuta a capire le nostre preoccupazioni e i rituali che mettiamo in pratica per metterci al riparo. Come possiamo leggere, per esempio, alcune ossessioni collettive come la paura della carenza di carta igienica, o della contaminazione delle suole delle scarpe, che hanno accompagnato le prime settimane della diffusione della pandemia?
Perché ci piacciono tanto i fenicotteri? I rosei pennuti sono oggetto di un imperituro culto pop-kitsch nato negli anni ’50, che ha visto una delle sue più alte celebrazioni nel balletto di Disney Fantasia 2000 (parere personale) e un recente picco di popolarità a partire dal 2016/2017 non ancora del tutto esaurito. Il successo modaiolo dei fenicotteri si basa sull’eleganza del loro zampettare e sul colore rosato del loro piumaggio – diventato un simbolo della spensieratezza estiva. Oltre che belli, però, i fenicotteri sono pure simpatici.
Secondo una ricerca descritta in un articolo di National Geographic che si può leggere qui, infatti, i fenicotteri sono tutt’altro che dei pennuti vanesi e superficiali come il loro aspetto potrebbe far sospettare: formano amicizie che durano tutta la vita e, proprio come gli esseri umani, amano trovarsi in compagnia dei loro amici. Come noi, inoltre, i fenicotteri vivono in gruppi piuttosto numerosi – in natura qualche migliaio di esemplari – e piuttosto starnazzanti. Per ridurre lo stress dell’affollamento tendono a ritrovarsi sempre negli stessi piccoli gruppi di migliori amici (2-6) che mantengo per molti anni. La numerosità dello stormo permette una buona possibilità di scelta di amici con cui si hanno effettivamente delle affinità.
Perché la Lombardia è stata tanto colpita dalla pandemia di Covid-19? Molti medici e politici intervistati in proposito hanno risposto che è stata una sfortuna, un caso che è successo qui e poteva accadere altrove in Europa. Da noi l’epidemia è stata “imprevedibile”, è arrivata “prima” e, malauguratamente, ha avuto modo di circolare senza che ce ne accorgessimo. Naturalmente vengono anche brevemente citate concause socio-economiche; qualcuno si spinge ad accennare a carenze organizzative. Ma, alla fin fine, è stato soprattutto un caso sfortunato. Questa spiegazione sembra soddisfacente e non suscitare ulteriori domande: la Lombardia è stata sfortunata. Accontentarsi di spiegare una tragedia con la sfortuna non è però un universale culturale: in molte culture questo concetto non esiste. L’esempio antropologico classico di una società che non si accontenta di spiegare gli eventi infausti ricorrendo all’idea di caso sfortunato sono gli Azandedescritti da Evans-Pritchard: per gli Azande ogni calamità ha una causa sociale, che deve essere identificata nella loro densa rete di relazioni sociali.
Spesso le buone relazioni sociali che fanno da garanzia per una serena vita della comunità non devono essere preservate solo tra gli esseri umani, ma anche nei confronti dei non umani: altri esseri viventi, elementi naturali e spiriti. I Chewong – indigeni della foresta pluviale della Malesia – non separano moralmente gli esseri umani dagli animali e dagli spiriti. Ritengono quindi necessario mantenere buoni rapporti sociali anche con questi esseri. L’antropologa Signe Howell racconta che, al suo arrivo in una comunità Chewong negli anni ’70, trovò una grande agitazione a seguito di un incidente accaduto nella foresta: durante un temporale un grande albero si era abbattuto su di un rifugio temporaneo, uccidendo tre persone e ferendone molte altre. “Accidenti che sfortuna!” pensò l’antropologa nel sentire questo racconto. Ma i suoi nativi avevano un’opinione diversa.
L’uso “imbarazzante” dei social media da parte di genitori, zii e amici di famiglia sembra essere una fonte di divertimento inesauribile per le generazioni più giovani. Queste prese in giro sono collegate all’irritazione dei ragazzi per una invasione che, nel giro di pochi anni, li ha espropriati di uno spazio esclusivo. Quest’uso “inappropriato” dei social è spesso esemplificato con i Buongiornissimi – meme di albe, gattini o neonati sbadiglianti e caffè accompagnati da generici auguri di Buongiorno. La leggenda vuole che questi post susciterebbero diluvi di entusiastici “mi piace” e saluti ricambiati nella popolazione più anziana e meno “social-evoluta”, tanto quanto provocano orbite roteanti nei più giovani e navigati utenti social.
Non è difficile vedere questo tipo di post come antitetici ai valori e alla cultura mediale dei Millennial, e ancora di più della Gen Z: propongono insignificante genericità quando loro ricercano personalizzazione, semplicità anziché ironia, una bontà sciapa che appare finta quando i più giovani si dichiarano in continua ricerca dell’autenticità [1]. Soprattutto, questi post hanno il demerito di salutare con gioiosi buongiorno la mattina presto – e, come noto, dimostrare entusiasmo per una sveglia mattiniera appare da sempre ai giovani un’ostentazione di estremo cattivo gusto. Mi sembra però decisamente più interessante soffermarsi sui possibili motivi della loro diffusione. In altre parole: cosa spinge la vostra mamma a condividere un Buongiornissimo?
La prima volta che ho incontrato la fortuna, sul campo, è stato nella saletta delle pause nell’ipermercato in cui ho condotto la ricerca per la mia tesi di dottorato. Me ne sto in un angolo a prendere appunti mentre alcune lavoratrici chiacchierano tra loro, quando la stanza si zittisce improvvisamente. Alzando lo sguardo vedo entrare il direttore dell’ipermercato e una donna che non conosco. Al mio saluto sono presentata come una stagista, “sta scrivendo un libro, l’abbiamo assunta per scrivere un libro su di me… ma non me lo fa mai leggere!” scherza il direttore. Quando escono, un’addetta della pescheria mi chiede “ma sai chi è quella?!”. No, in effetti me lo sto domandando.
È la direttrice di tutto il centro commerciale, spiega, e aggiunge “eh, fortunata lei, che se ne sta comoda seduta alla scrivania a fare soldi, mentre io sono qui a puzzare di pesce…”. Da zelante studentessa di sociologia quale sono, non posso fare a meno di replicare che non sarà mica per caso che quella ragazza è direttrice di un centro commerciale: la fortuna c’entra poco con il lavoro che si fa nella vita, c’entra molto di più la famiglia da cui si proviene, dunque le possibilità che si sono avute, le persone che si conoscono… lei ribadisce seccata che no, non è affatto vero, il successo nel lavoro è tutta una questione di fortuna. Il mio tentativo di argomentare suscita un’insistenza sdegnata contro le mie parole. No, nella vita è proprio tutta questione di fortuna. E, certo, anche un po’ del “darsi da fare”.
È lì che capisco perché il mestiere dell’astrologa suscita molta più simpatia di quello della sociologa, oltre che implicare la scrittura di testi più divertenti da leggere. Me ne esco dalla stanzetta umiliata, nella consapevolezza di essere stata ingiustamente considerata una di quelli che sbattono in faccia alle pescivendole la loro incommensurabile distanza dalle direttrici d’ipermercato, con la conseguente impossibilità per loro, e i loro figli di seguito a loro, di poter mai fare altro nella vita.