Chi mi conosce sa che sono un zicchino fissata con l’ordine. E, di conseguenza, affascinata dai processi classificatori – vale a dire i modi in cui decidiamo che una certa cosa appartiene a una categoria o a un’altra: al primo o al secondo cassetto, a questo o quel ripiano della libreria, all’armadio estivo o a quello invernale. In effetti anche l’origine del mio interesse per l’antropologia ha un po’ a che fare con la mia fissa per l’ordine. E con il libro cui fa riferimento il titolo di questo post, Purezza e Pericolo, un saggio dell’antropologa Mary Douglas scritto nel 1966.

Mary Douglas mette in relazione le nostre idee sull’ordine e l’igiene con quelle religiose di purezza e contaminazione. L’idea alla base del libro è che il nostro pensare e agire nel mondo è sempre accompagnato a processi di classificazione e ordinazione. Questo lavoro di ordinazione, però, lascia necessariamente da parte qualcosa: nessun sistema di classificazione è perfetto, produce inevitabilmente degli scarti. Ciò che viene considerato come sporco o impuro è proprio questo fuori posto: quello che non rientra nei nostri schemi classificatori e nel nostro mondo per come lo abbiamo riordinato. Le nostre reazioni di rifiuto e disgusto, quindi, sono in grado di svelarci assunti che solitamente diamo per scontati su ciò che costituisce il nostro pensare alla realtà – le nostre cosmologie quotidiane.
Questa intuizione di Mary Douglas è particolarmente attuale in un periodo come questo in cui l’idea di contaminazione riveste un’importanza inedita nella nostra vita quotidiana: ci aiuta a capire le nostre preoccupazioni e i rituali che mettiamo in pratica per metterci al riparo. Come possiamo leggere, per esempio, alcune ossessioni collettive come la paura della carenza di carta igienica, o della contaminazione delle suole delle scarpe, che hanno accompagnato le prime settimane della diffusione della pandemia?
Un antropologo ha già interpretato la corsa mondiale all’acquisto di carta igienica che si è verificata all’inizio della pandemia facendo riferimento a Purezza e Pericolo: un modo per esorcizzare la nostra paura, legandola a una preoccupazione igienica. L’ansia legata alle scarpe che ha caratterizzato il picco della pandemia in Italia è un altro fenomeno che avrebbe certamente divertito Mary Douglas. Le disinfezioni delle strade, i dibattiti sull’opportunità di lasciare le scarpe fuori dalla porta e le richieste pubbliche di chiarimenti agli scienziati su come sanificarle ci sembreranno, a posteriori, un tantino ossessive – considerato che stiamo parlando di un virus respiratorio e non di un mostriciattolo dotato di intelletto, pronto ad aggrapparsi alle suole delle nostre scarpe per poi aggredirci non appena entriamo in casa. Ma, sul momento, sono state prese seriamente da moltissimi (nel dubbio, do una passata d’alcool).
In Purezza e Pericolo Mary Douglas usa questo esempio per illustrare il nesso tra ordine e pulizia: perché, anche quando sono nuove e pulite, le scarpe ci appiano come sporche, se le appoggiamo sul tavolo? perché, appunto, sono fuori posto, non appartengono al tavolo – su cui si posa al cibo – ma allo sgabuzzino accanto alla porta d’ingresso. In effetti il toglierci le scarpe quando entriamo in casa rappresenta per noi il passaggio dallo spazio pubblico, esterno, allo lo spazio domestico e privato – due ambiti distinti in cui dividiamo la nostra vita e organizziamo il ritmo delle nostre giornate. In un momento in cui viviamo il mondo esterno come pauroso e contaminante le scarpe rappresentano quindi, più di qualunque altra cosa che indossiamo, una minaccia che ci portiamo in casa. Il nostro evitare lo sporco, però, non riguarda solo la paura, ma anche con la creatività: mettendo ordine, creiamo il nostro mondo. Quando ci togliamo le scarpe e procediamo alla loro rituale purificazione, quindi, creiamo il nostro mondo domestico, sicuro e accogliente – in cui impastiamo la pizza, ma di questo possiamo magari parlare in un altro post 😉